Come va l’economia polesana?
Nel corso del primo semestre del 2008 l’economia polesana, pur in presenza di un
progressivo peggioramento della congiuntura internazionale e nazionale, ha manifestato
una significativa capacità di tenuta, mettendo a segno anche dei risultati positivi.
Stiamo attraversando una fase critica, che si accentuerà in questo secondo semestre.
Proprio ieri, l’OCSE ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita per l’economia di
Eurolandia (da +1,7% a +1,3%) e per l’Italia, la cui crescita ora viene stimata pari a 0,1%,
contro lo 0,5% stimato nel giugno scorso.
Non siamo alla recessione, ma ci avviamo a una fase di stagnazione, che farà sì che la
crescita del Pil a fine 2008 sarà minima nei confronti del 2007.
Mi aspetto, dunque, un rallentamento, che indubbiamente andrà ad accentuare le difficoltà
per il nostro sistema produttivo, in specie per le piccole imprese, che da tempo peraltro
stanno attraverso una fase critica che le sta mettendo a dura prova.
Ci può fornire qualche dato?
Secondo l’indagine condotta da Unioncamere Veneto, assieme a Confartigianato, la
produzione manifatturiera in Polesine ha messo a segno un incremento del 2,1% nel primo
trimestre (Veneto -2,0%) e dello 0,8% nel secondo (Veneto -0,8%). Se si tiene conto che
nel 2007, la produzione industriale in Veneto è risultata costantemente in crescita, mentre
per la provincia di Rovigo ha accusato un calo nei due trimestri centrali dell’anno scorso, i
dati con il segno più per i primi sei mesi del 2008 stanno a testimoniare che le nostre
industrie e le imprese artigiane manifatturiere hanno avuto la capacità di recuperare le
posizioni perse, manifestando una capacità di tenuta, in relazione al progressivo
indebolimento del ciclo economico e della domanda interna.
Il buon andamento del settore secondario trova riscontro anche dai dati sull’import –
export. I primi dati provvisori pubblicati dall’ISTAT, evidenziano che nei primi tre mesi di
quest’anno il valore delle importazioni in Polesine ha oltrepassato la soglia dei 286,6
milioni di euro, con un aumento del 63,5% rispetto all’analogo periodo del 2007, mentre il
valore delle esportazioni si è attestato a poco più di 274,7 milioni di euro, con un
incremento del 13,9%.
Quali i comparti trainanti?
Sicuramente i settori della chimica, della plastica e gomma e i principali comparti della
metalmeccanica, delle macchine utensili, elettriche ed elettroniche. Altalenante
l’andamento del settore abbigliamento, che ha ceduto nel secondo trimestre, dopo il
recupero realizzato nel corso dei primi tre mesi. Nel primo trimestre, peraltro, le
esportazioni del sistema moda sono aumentate in maniera significativa (prodotti tessili e
abbigliamento: + 45,6%; calzature e altri prodotti in cuoio e pelle: +32,3%).
E gli altri settori produttivi?
L’agricoltura, pur in presenza di soddisfacenti andamenti per le principali colture, soffre per
l’aumento dei costi di produzione e per la volatilità dei prezzi riconosciuti ai produttori, con
il rischio di comprometterne la remuneratività. Per la pesca, cause ambientali hanno
influito negativamente sulla produzione di vongole, mentre lo stato del settore appare
critico per l’elevato costo del gasolio. Il movimento turistico nei primi sei mesi dell’anno ha
fatto registrare un buon andamento, sia per gli arrivi che le presenze, pur in presenza di un
calo di turisti stranieri. Il commercio, secondo i dati dell’indagine sui servizi curati
dall’Unioncamere regionale, accusa un calo delle vendite, dovuto certamente alla più
generale crisi dei consumi.
E la dinamica del sistema imprenditoriale?
Secondo i dati di Infocamere, in provincia di Rovigo le imprese attive al 30 giugno scorso
erano 26.298, contro le 26.363 registrate alla stessa data dell’anno scorso. La lieve
diminuzione del loro numero è ascrivibile, essenzialmente, all’ulteriore calo del 2,8% delle
imprese agricole, che ora sono 6.688. Diminuiscono, peraltro, le imprese del commercio (-
1,0%) e dei trasporti (-3,1%) Sono aumentate, invece, le imprese attive della pesca
(+5,6%), del ramo dei servizi immobiliari, dell’informatica e dei servizi alle imprese (+3,9%)
e del ramo manifatturiero (+1,0). Rallenta notevolmente il tasso di crescita delle imprese
del settore delle costruzioni, che sono aumentate solo dello 0,5%.
Le imprese artigiane, invece, accusano una contrazione dello 0,5%, perché sono scese da
7.704 a 7.663. All’interno del comparto artigiano, a fronte di un incremento dell’1,0% delle
imprese manifatturiere, sono risultate in flessione le imprese dei rami: edilizia (-0,4%),
della riparazione dei beni (-3,9%) e dei trasporti (-4,0%).
Quali le prospettive?
Dai dati che ho esposto, emerge un quadro che evidenzia elementi positivi, per la capacità
di reazione che il sistema produttivo polesano ha dimostrato di fronte a una congiuntura
non del tutto favorevole, unitamente a fattori di difficoltà e di preoccupazione.
Gli effetti dell’aumento del costo del petrolio, e, quindi, dell’energia, il cui prezzo è già il più
elevato in Europa, la ripresa dell’inflazione, il rialzo dei prezzi di molti generi alimentari, la
riduzione del potere d’acquisto di salari e stipendi, la caduta dei consumi e il corso
sostenuto dell’euro, che rende meno competitive le nostre merci sui mercati internazionali,
renderanno particolarmente delicata e critica questa seconda metà dell’anno, soprattutto
per le piccole imprese e le aziende artigiane, che costituiscono l’asse portante
dell’economia polesana e nazionale. In poche parole, ci attendiamo una frenata
dell’economia, con tutte le conseguenze che essa comporta.
Che fare?
La prima cosa da fare sarebbe quella di fornire delle informazioni corrette sullo stato
dell’economia. Non siamo in recessione, anche se ora, dopo il susseguirsi dei fallimenti di
importanti istituzioni finanziarie degli USA, essa è dietro l’angolo né il sistema economico
polesano è a rischio, pur manifestando oggettivi elementi di debolezza e minore
dinamismo rispetto al sistema veneto. E’ vero che le piccole e piccolissime imprese sono
in difficoltà, ma questo non vuol dire che non abbiano la capacità di superare questa fase
critica e di ritornare ad essere efficienti e competitive.
A chi è diretto questo messaggio?
Mi rivolgo anzitutto agli organi di informazione, perché non pubblichino notizie
allarmistiche, che non hanno alcun fondamento. Ancora pochi giorni fa, ad esempio,
nonostante le rettifiche rese note a suo tempo, un autorevole quotidiano ha pubblicato
che nel 2007 in Polesine sarebbero fallite ben 708 imprese, quando invece i fallimenti
dichiarati sono stati solo 30, contro i 47 del 2006. Si pensi che il numero più elevato di
fallimenti, negli ultimi dieci anni, lo si è avuto nel 1998, quando furono 57! Non si può
permettere che si pubblichino dati così distanti dalla realtà: questi, oltretutto, sono
messaggi negativi e servono solo a far peggiorare le cose e non aiutano a comprendere la
reale dimensione dei problemi che dobbiamo affrontare.
A chi altro si rivolge, ancora?
Mi rivolgo anzitutto alle istituzioni e alle forze politiche: le nostre imprese non possono
essere lasciate sole, abbiamo il dovere di sostenerle e di creare le condizioni per una
rapida ripresa. Mi appello, poi, alle banche, perché il credito diventa cruciale in fasi come
queste. Le banche, quando ritengono che un’impresa sia in difficoltà, premono sulle
aziende perché accelerino i rientri e restringono l’accesso al credito. Operando in questo
modo, però, le banche rischiano di appesantire il ciclo negativo, non aiutando quelle
imprese, che invece dovrebbero essere sostenute e accompagnate in momenti di
difficoltà, perché sono aziende valide sul piano imprenditoriale e commerciale, in grado di
creare occupazione e ricchezza, con beneficio di tutti.
Ma le banche debbono tutelare il risparmio e produrre valore per i loro azionisti….
E’ vero e non possono venir meno a questi loro compiti istituzionali. Ma le banche non
devono dimenticare che sono investite, per la natura della loro funzione, di una particolare
responsabilità sociale, per cui devono contemperare la cura dei propri specifici e legittimi
interessi d’impresa, con l’interesse del territorio in cui operano. Allora credo che sia bene
anche per le banche che l’economia territoriale cresca e si sviluppi e credo anche che in
fasi critiche e di trasformazione, come quella che stiamo attraversando, il sistema
produttivo abbia bisogno di risorse per investimenti e innovazioni, per cui le banche
debbono trovare strumenti e modalità idonei per assicurare alle imprese il credito di cui
esse abbisognano.
Come possono le banche contemperare queste due obbiettivi?
Attraverso la competenza e la professionalità nell’affiancare le imprese, nel rendere loro
appropriati servizi consulenziali, mirati a dare risposte vere ai problemi delle aziende.
D’altra parte, questo è anche nello spirito di Basilea 2, che non è solo un sistema che
rende più rigoroso l’erogazione del credito, ma che persegue l’obbiettivo di sostenere e
favorire la capacità di produrre reddito e valore da parte delle imprese, evitando impieghi
di risorse per salvare posizioni di rendita e di inefficienza.
Il Polesine è una zona a maggiore rischio per le banche?
Non lo credo, anche se i dati di Bankitalia ci dicono che le sofferenze bancarie sugli
impieghi sono percentualmente più elevate in Polesine che nel Veneto. Negli ultimi anni,
tuttavia, il tasso di insolvenza è sceso (dal 6,7% del 2000 al 4,5% del 2007) e questo è un
dato strutturale, di certo ben noto alle banche, che però da solo non può giustificare una
più rigida stretta creditizia, in presenza di un indebolimento della congiuntura, rispetto a
quanto accade in altre realtà.
Dunque, se le imprese non vanno lasciate sole, le banche a chi debbano fare
riferimento?
Le mie considerazioni non sono una critica alle banche, ma solo un appello, un invito ad
operare nel loro stesso interesse e non solo nell’ottica del breve periodo. Devo
riconoscere che in Polesine le banche non hanno mancato di sensibilità verso il territorio e
la società, perché esse sono state sempre pronte ad instaurare rapporti di collaborazione
con le istituzioni e le associazioni produttive, per stabilire accordi che facilitassero
l’accesso al credito a imprese e cittadini per particolari finalità e per intervenire a favore del
territorio. Le banche, quindi, devono avere al loro fianco le istituzioni; inoltre, possono
usufruire di strumenti in grado di fornire loro le migliori garanzie e di facilitare il loro
compito. Penso ai Cofidi, gli organismi promossi dalle categorie economiche per aiutare le
piccole imprese nell’accesso al credito. Come Camera di Commercio, ad esempio,
abbiamo sempre sostenuto i confidi, e anche quest’anno, nonostante le difficoltà di
bilancio, abbiamo elevato il plafond di contributi loro destinati dagli iniziali 120.000 a
150.00 euro.
Ritengo questo un segnale positivo, che è rivolto sia ai piccoli e i piccolissimi imprenditori,
sia ai confidi, ma anche a tutto il sistema del credito in generale, perché le aziende
polesane sono in grado di reagire all’attuale fase critica, difendendo gli spazi di mercato
conquistati e, semmai, ampliandoli.
Ma è un segnale che è diretto anche al territorio. Ricordiamoci che il Polesine ha un
potenziale di crescita che altre aree non hanno, per cui non può venire meno l’impegno e
la fiducia verso il futuro.